“Non sono in grado di fare grandi cose, ma voglio che tutto ciò che faccio, anche la cosa più piccola, sia per la maggiore Gloria di Dio.”


Le origini e l’incontro con Don Bosco

Domenico Savio nacque nel 1842 in una famiglia affettuosa. Secondo di dieci figli, molti dei quali morti in tenera età, figlio di un fabbro e di una sarta. Un anno dopo si trasferirono a Morialdo di Castelnuovo d’Asti, e nel 1853 a Mondonio, nello stesso comune, dove il 2 ottobre 1854 Domenico avrebbe incontrato San Giovanni Bosco.

I suoi propositi di vita

Il giorno della sua prima Comunione (avvenuta, eccezionalmente, già a sette anni per intercessione del cappellano Don Giovanni Battista Zucca, che rimase colpito dalla precocità del ragazzo), Domenico scrisse su un foglietto che poi conservò in un libro di preghiere il suo programma di vita: “1. Mi confesserò molto sovente e farò la comunione tutte le volte che il confessore mi darà licenza. 2. Voglio santificare i giorni festivi. 3. I miei amici saranno Gesù e Maria. 4. La morte, ma non peccati”.

Il desiderio di diventare santo

Domenico espresse subito l’intenzione di studiare per diventare sacerdote, e riconosciute in lui qualità spirituali poco comuni ai ragazzi della sua età, Don Bosco accolse la sua richiesta. Divenne quindi suo allievo speciale presso l’oratorio di Torino. Si distinse subito per il suo carattere mite, la sua saggezza, la dedizione alla preghiera, la devozione all’Immacolata e la grande carità verso i compagni, come narra Don Bosco nella biografia che egli stesso scrisse di lui.
Quando Don Bosco chiese ai ragazzi della sua parrocchia di scrivere ciò che desideravano, Domenico scrisse “Mi aiuti a farmi santo”, e dopo aver ricevuto da lui la ricetta ideale per far avverare il suo sogno, ossia l’allegria, l’osservazione dei doveri di studio e preghiera e fare del bene, il comportamento di Domenico, già esemplare, divenne ancora più degno di merito.
Quando nell’estate del 1856 scoppiò un’epidemia di colera in tutto il territorio, Don Bosco radunò quarantaquattro volontari per soccorrere gli indigenti, fra i quali il giovane Domenico Savio, che si distinse particolarmente.

Protettore delle donne incinte

Una volta salvò la vita della madre incinta e in condizioni gravi, e della sorellina in procinto di nascere, quando donò un bacio e un “abitino” contenente l’immagine dell’Immacolata alla madre, che in seguito guarì miracolosamente. Da allora è considerato protettore delle culle e delle donne partorienti.

Una vita troppo breve

Sul finire del 1856 Domenico iniziò ad avere problemi di salute molto seri, e l’anno dopo, la malattia lo costrinse a rientrare in famiglia, dove in seguito a una grave polmonite, si spense fra le braccia dei genitori. Chi gli era vicino racconta che prima di morire gli si illuminò il volto mentre esclamava “Che bella cosa io vedo mai!”.
Veneratissimo e molto popolare, venne proclamato Beato il 5 marzo 1950 da Pio XII e canonizzato il 12 giugno 1954.

 

 

 

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